Sommario:

1)  Referendum sulla Giustizia del 12 Giugno: Bisogna Votare!

2) La Cultura per il SI’

3) I quesiti referendari

4) Intervista al Senatore Cangini

5) Il Magistrato Carlo Nordio per una riforma vera della Giustizia

6) Cosa succede in Romania? Inefficienza o Boicottaggio?

  1)    REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 12 GIUGNO:  BISOGNA VOTARE !

Manca meno di un mese al 12 giugno, giorno in cui gli italiani dovrebbero votare i referendum sulla giustizia e sui quali pende il “rischio quorum”. Qualcuno può dissentire su alcuni particolare dei testi proposti, ma il vero ed autentico “peso” politico sarà nel vedere se gli italiani avranno finalmente il coraggio di uscire dall’apatia per sottolineare almeno con il voto la propria insoddisfazione nella gestione complessiva della giustizia nel nostro paese. Una bassa affluenza e quindi il fallimento referendario favorirebbe il conservatorismo delle toghe, rallentando la strada verso riforme serie ad un “sistema” che non vuole cambiare.

Da sottolineare che per ora c’è stato il gelo dell’informazione (RAI compresa, ovviamente) sull’iniziativa promossa da Radicali e Lega. Tre giorni fa anche il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza ha parlato di «servizio pubblico radiotelevisivo che sta venendo meno clamorosamente alla sua funzione». Lamentarsi sempre e poi non andare neppure a votare è una sciocchezza, quindi votate e fate andare a votare il 12 giugno: è importante.  (Marco Zacchera 18 Maggio 2022))

L’articolo sopra riportato di Marco Zacchera non necessita di commenti o chiarimenti Possiamo solo aggiungere che, alla data di oggi 30 Maggio 2022, in Italia la situazione non e’ mutata: l’informazione sui referendum e’ completamente assente. I piu’ importanti mezzi di comunicazione di massa continuano ad ignorare i referendum. Succubi, complici o asserviti alla “casta” dei Magistrati, invece di parlare dei referendum o di illustrare i quesiti referendari  e magari sostenere le ragioni del NO, preferiscono tacere, confidando in una bassa affluenza al voto, in modo da far decadere ireferendum.

All’estero, come ognuno di voi, lettori di questa newsletter uo’ verificare, la situazione e’ ancora peggiore. Quale informazione avete ricevuto sui fatto che si vota per i referendum sulla Giustizia? Chi vi ha informato sui quesiti referendari?  Si contano sulla punta delle dita di una mano sola i Comites o i Consolati che hanno svolto una capillare opera d’informazione tra noi emigrati all’estero. E ad oggi, 30 Maggio, quanti hanno ricevuto il plico elettorale contenente le cinque schede su ognuna delle quali dovremo esprimere il nostro sì o il nostro no e che dovremo rinviare al nostro Consolato/Ambasciata in tempo utile perche siano inviate in Italia per essere scrutinate? Io prsonalmente non l’ho ancora ricevuto.

 Dalla Romania viene segnalato con una lettera di protesta del Presidente del COMITES Gianni Calderone, il fatto che, al 29 Maggio solo il 20% degli italiani residenti in Romania avrebbe ricevuto il plico elettorale. Da Barcellona viene segnalato, addirittura che sono state inviate schede stampate in bianco (!).

Stiamo preparando un dossier con tutte le segnalazioni che riceviamo a questo proposito, intenzionati a denunciare il tutto pubblicamente. Non ci interessa il significato politico che puo’ avere la vittoria del SI’ o la vittoria del NO, ci interessa la tutela del diritto di noi, italiani all’estero a votare e ad essere  informati completamente e correttamente sul tipo di elezioni alle quali siamo chiamati ad esercitare il nostro diritto dovere di cittadini. Ricordando a tutti che chi non avesse ricevuto il plico entro il 29 maggio, dal giorno 30, DEVE TEMPESTARE DI TELEFONATE o, MEGLIO, DI MAIL IL PROPRIO CONSOLATO PER CHIEDERE L’INVIO DEL PLICO ELETTORALE, vi chiedo di segnalarci  (scrivendo a: identit.itestero@libero.it) il mancato ricevimento del plico elettorale, o l’invio di plichi incompleti o irregolari, le risposte dei consolati alle vostre proteste.  Il nostro Ufficio Legale DOBBIAMO FARCI SENTIRE!

Aggiungiamo alcuni articoli che spiegano i quesiti referendari e le ragioni del SI’

E a chi pensasse che i referendum sono su una materia che per noi residenti all’estero non e’ importante dico solo questo: Lo sapete quante volte l’Italia e’ stata condannata dalla Corte dei Diritti dell’Uomo per la eccessiva durata dei processi ? o per l’uso distorto della carcerazione preventiva? E in fondo, rivolgendomi a chi e’ emigrato negli ultimi anni, quanti di noi tra le ragioni per le quali ci si e’ decisi al gran passo, non c’e’ stato anche il cattivo funzionamento di tutti gli apparati pubblici, dalla burocrazia, alla sanita’ alla giustizia? E allra cominciamo dalla giustizia , partecipiamo al voto referendario, votiamo SI’ PER UNA GIUSTIZIA “GIUSTA”.

Aldo ROVITO

2)      LA CULTURA PER IL SI’

l 12 giugno gli italiani sono chiamati a votare per il referendum abrogativo in materia di giustizia.

Cinque sono i quesiti ammessi dalla Corte costituzionale: sistema di elezione del Csm; equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali; separazione delle carriere; limiti agli abusi della custodia cautelare; abrogazione della Legge Severino.

All’inizio i quesiti erano sei, poi la Consulta ha dichiarato inammissibile quello sulla responsabilità civile diretta dei magistrati. Nel frattempo, il Parlamento è alle prese con un disegno di legge che riforma l’ordinamento giudiziario, ddl che – tra i molteplici punti affrontati – tratta anche tre materie oggetto di referendum: sistema di elezione del Csm, equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali e separazione delle carriere. Se approvato da entrambe le Camere, il Parlamento delegherebbe il governo ad emanare uno o più decreti legislativi entro un anno. Ma il nuovo sistema di elezione del Csm – secondo le norme contenute nel disegno di legge – non è oggetto di delega, dunque entrerebbe in vigore subito dopo la pubblicazione della legge delega sulla Gazzetta Ufficiale. In tal caso il quesito referendario verrebbe meno. Medesimo discorso sulla separazione delle carriere: la materia non è oggetto di delega ma di diretta applicazione, tuttavia il quesito referendario abrogherebbe ogni passaggio di funzione (da magistratura requirente a giudicante e viceversa), mentre il ddl prevede un solo passaggio di funzione rispetto ai quattro attuali: spetterà alla Corte di Cassazione decidere se mantenere o meno il quesito referendario, ma è molto probabile che lo mantenga visto l’orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. L’equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari è invece materia oggetto di delega, dunque il referendum si farà.

Alla luce delle considerazioni fin qui svolte, se la legge delega fosse approvata da entrambe le Camere e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale entro la fine di maggio/inizi di giugno, è sicuro che resterebbero validi tre quesiti referendari: limiti agli abusi della custodia cautelare; abrogazione della legge Severino ed equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali. Su questi il popolo si dovrà in ogni caso esprimere il 12 giugno. Salterebbe di sicuro solo quello sul sistema di elezione del Csm, mentre in merito al quesito sulla separazione delle carriere deciderà la Corte di Cassazione (in linea di massima dovrebbe tenersi).

Il referendum abrogativo è regolato dall’art. 75 della Costituzione e prevede l’abrogazione, totale o parziale, delle disposizioni di una legge o di un atto avente forza di legge oggetto di quesito, che viene sottoposto all’elettore con formula abrogativa. Perché il referendum sia valido occorre che si rechi a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto.

CULTURA&IDENTITA

3 I quesiti referendari

1. Sistema di elezione del Csm

Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati. I membri “laici” non hanno bisogno di candidarsi in liste, sono infatti eletti dal Parlamento tenuto conto dei soli requisiti indicati dalla Costituzione: vanno scelti tra i professori universitari ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Per i membri “togati” esiste invece la procedura regolata dall’art. 25 della Legge 24 marzo 1958, n. 195. Il terzo comma dell’art. 25 prevede che i magistrati che intendono candidarsi al Csm presentino la loro candidatura in “una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta”. È da qui che nasce il sistema delle correnti, servito negli ultimi trent’anni per intervenire a gamba tesa nel processo democratico del Paese. Il quesito referendario mira a scardinare questo meccanismo consentendo ai magistrati di presentare la propria candidatura senza aderire a liste precostituite.

2. Equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali

Presso ciascun distretto di Corte d’appello sono istituiti consigli giudiziari distrettuali, detti anche mini-Csm. Sono composti per lo più da magistrati, ma anche da professori universitari in materie giuridiche e avvocati. Tra le funzioni dei consigli giudiziari c’è anche quella della valutazione sulla professionalità dei magistrati, dal cui voto sono però esclusi professori e avvocati, i quali si limitano al semplice parere. Il quesito mira ad abrogare le disposizioni di legge che consentono l’esclusività di espressione del voto ai soli magistrati. Le norme interessate dal quesito abrogativo sono alcune di quelle contenute nel Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150. L’obiettivo è evitare l’autoreferenzialità della magistratura. In caso di abrogazione, avvocati e professori universitari potranno infatti esprimere la loro valutazione, al pari degli altri componenti, in ordine alla professionalità dei magistrati che prestano servizio nel distretto.

3. Separazione delle carriere

La funzione requirente è quella svolta dal pubblico ministero che fa le indagini, quella giudicante è svolta invece dal giudice di tribunale. Il quesito referendario riguarda l’abrogazione delle disposizioni che consentono il passaggio dei giudici dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa. L’art. 111 della Costituzione riformato nel 1999 ha trasformato il processo penale da inquisitorio ad accusatorio, secondo quanto previsto dal nuovo codice di procedura penale del 1989, ma l’ordinamento giudiziario permette ancora l’intercambiabilità delle funzioni giudiziarie. Ad oggi l’accesso in magistratura consente al vincitore del concorso di optare per la funzione prescelta (requirente o giudicante) e cambiarla fino a quattro volte nel corso dell’intera carriera, con un intervallo di almeno cinque anni da un cambio all’altro. Nel caso in cui al referendum vincesse il sì all’abrogazione, una volta intrapresa una delle due carriere il magistrato non potrebbe più optare  per l’altra. Ciò garantirebbe la piena realizzazione del principio costituzionale del “giusto processo”, il quale deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità e davanti a giudice terzo e imparziale.

4. Limiti agli abusi della custodia cautelare

La custodia cautelare in carcere è un provvedimento restrittivo della libertà personale emanato dal giudice prima del processo, cioè prima di una sentenza. È consentita solo qualora sussista almeno una delle esigenze cautelari: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato. Dai tempi di Tangentopoli della carcerazione preventiva si è continuato a fare un uso sconsiderato, il più delle volte nei confronti di persone risultate poi innocenti. Ad oggi in Italia finisce in carcere un innocente ogni tre giorni! Se vincessero i sì all’abrogazione, le misure cautelari (tra cui quella del carcere), sarebbero applicabili soltanto nei casi stabiliti dal primo periodo della lettera c) dell’art. 274, comma I c.p.p., vale a dire solo per “gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata”. Dunque, non è vero che assassini, rapinatori o stupratori non finirebbero più in galera: per questi reati, e per quelli di mafia o di sovversione dell’ordine democratico, la custodia cautelare in carcere sarebbe ancora applicabile.

5. Abrogazione della Legge Severino

Sull’onda dell’antipolitica il Governo Monti adottò, su delega del Parlamento, il D.Lgs. n. 235/2012 (“Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo”). Il Decreto prevede la incandidabilità alla Camera e al Senato, oltre che al Parlamento europeo, di tutti i soggetti condannati con sentenza passata in giudicato ad una pena superiore a due anni di reclusione per delitti non colposi, con l’automatica interdizione dai pubblici uffici (quindi anche dal ricoprire incarichi di Governo) per un periodo di sei anni, compresa l’esclusione dal Parlamento – se la sentenza passa in giudicato dopo l’elezione – su decisione della Camera di appartenenza. La legge interviene anche nei confronti dei Sindaci, che decadono dalla carica addirittura dopo la condanna in primo grado. Il quesito mira ad abrogare la Legge Severino al fine di scongiurare i “processi politici”, in modo tale da evitare che siano i giudici a decidere – al posto del popolo – chi può essere eletto e chi no.

4)      Intervista al Senatore Cangini

A sostegno del sì ai quesiti referendari sulla giustizia promossi da Lega e Partito radicale c’è anche il senatore di Forza Italia, Andrea Cangini, che del garantismo ha fatto uno dei tratti distintivi della sua azione politica.

Senatore Cangini, perché andare a votare sì?

«Perché una giustizia che funziona, e dove i diritti della difesa sono pari a quelli dell’accusa, è un elemento cardine dello Stato di diritto e, quindi, della democrazia. La nostra giustizia non funziona e questo vuol dire che la nostra democrazia è malata. Ogni anno mille persone innocenti vengono messe in prigione, il 35% dei detenuti è in custodia cautelare e non è condannata. Può capitare a chiunque di essere vittima di un errore giudiziario. Se non si vuole andare a votare per principio, lo si faccia per un istinto di sopravvivenza».

Tra i cinque quesiti referendari ce n’è uno che le sta a cuore?

«Sono tutti molto importanti. Per me, di interesse rilevante è quello sulla legge Severino, perché è dall’inizio della seconda Repubblica che la politica abdica al proprio ruolo. Stiamo indebolendo la politica, quindi lo Stato, a danno di tutti i cittadini. La legge Severino introduce il principio di colpevolezza dopo il primo grado di giudizio, il che è in evidente contrasto con la Costituzione. Le voglio raccontare un episodio di cui sono stato testimone».

Prego.

«Ero a casa di Francesco Cossiga quando si andava formando nel 2006 il secondo governo Prodi. Già girava la voce che Clemente Mastella sarebbe stato il guardasigilli. Cossiga chiamò davanti a me Mastella e gli disse più o meno testualmente: “Clemente, non prendere il dicastero della Giustizia. Accetta qualsiasi altro ministero, ma non quello. Se proprio non puoi farne a meno, prendi il ministero della Giustizia, ma non devi neanche lontanamente ipotizzare una cosa: fare una riforma profonda e seria della giustizia, perché se la farai ti arresteranno”. Mastella ci provò a farla, la riforma della giustizia, ma fu incriminato e l’esecutivo Prodi cadde. Dopo otto anni si è saputo che si trattava di accuse infondate, e Mastella ne è uscito prosciolto. Mastella si è, però, rovinato la vita per quell’indagine che ha avuto effetti devastanti per la democrazia».

 La morale è presto detta…

«La politica ha paura di procedere con una vera riforma della giustizia perché i politici hanno paura dei magistrati, perché si può essere incriminati per qualsiasi cosa dietro il paravento dell’obbligatorietà dell’azione penale».

Sui referendum è calato il silenzio della sinistra.

«Non mi stupisce. Storicamente, il Partito comunista ed i suoi eredi hanno utilizzato la questione morale e giudiziaria per fini politici perché hanno avuto la fortuna di essere graziati, per volontà esplicita, dai tempi di Mani pulite. C’è uno spirito giustizialista che attraversa i ranghi del Partito democratico, e che ha un sentire comune con quel che resta del Movimento 5 stelle. Sono degli ipocriti, degli irresponsabili, che non hanno il coraggio di difendere la funzione per cui sono stati eletti».

5)      Referendum sulla giustizia, Il Magistrato in pensione, Carlo Nordio, per una riforma vera della giustizia.

Tra i principali sostenitori del sì ai cinque quesiti referendari in materia di giustizia c’è Carlo Nordio, ex magistrato e presidente del Comitato «Sì per la libertà, sì per la giustizia». Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in viaggio, destinazione Teramo, per un’iniziativa a supporto della campagna per il sì, organizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi.

Dottor Nordio, perché votare sì?

«Perché è una risposta strategica che va al di là del significato dei singoli quesiti, che sono anche tecnicamente difficili da comprendere da parte degli elettori. Ai cittadini chiediamo se siete contenti della giustizia penale italiana, allora disinteressatevi dei referendum ed andate al mare. Ma se ritenete – come tutto lascia supporre – che siate insoddisfatti per la lunghezza dei processi, per l’abuso della custodia cautelare, per l’interferenza dei pubblici ministeri sulla politica e più in generale per lo sfacelo della giustizia penale italiana, allora questa è l’occasione per esprimervi».

Qual è il messaggio che gli elettori possono lanciare votando sì ai referendum?

«È un messaggio orientato ad una riforma radicale della giustizia. Questo Parlamento non ha la forza politica di procedere con questa riforma, ma una vittoria del sì ai referendum sarebbe un messaggio vincolante per il prossimo Parlamento, per una riforma appunto radicale e liberale, perché la sovranità appartiene al popolo ed il referendum, per quanto nella sua forma abrogativa abbia dei limiti tecnici, è comunque espressione massima della volontà popolare».

Cosa ne pensa della riforma della giustizia della guardasigilli Marta Cartabia?

«La riforma Cartabia contiene soluzioni buone, è il minimo sindacale per ottenere gli aiuti economici da parte dell’Unione europea, ma incontra dei vincoli insormontabili. Il primo è che le riforme non le fa il ministro, ma il Parlamento. Questo Parlamento non ha, però, la volontà politica né il tempo di varare provvedimenti seri. Il secondo vincolo è che il nostro processo penale si è rivelato incompatibile con la Costituzione, tanto che è stato modificato diverse volte dalla Consulta, e ciò ha provocato norme incoerenti. Incoerenze che sono state aumentate dai successivi interventi del legislatore, per cui oggi il processo penale è ingestibile, lungo, incerto e per di più soggetto a mille variabili capricciose della sorte. La riforma Cartabia incontra questi limiti, entro i quali ottenere i sussidi europei. È, invece, necessaria una grande riforma, indispensabile per realizzare in Italia una giustizia più rapida, più efficiente e più giusta».

La sorprende l’atteggiamento di Enrico Letta, che pur lasciando libertà di scelta ai suoi parlamentari si è schierato per il no ai quesiti?

«In parte mi sorprende perché Letta è sempre stato molto equilibrato ed attento nei confronti delle ragioni dei garantisti. Dall’altro lato, me lo aspettavo perché il Pd deve fare moltissima strada per emanciparsi dalla sua soggezione nei riguardi della magistratura: una soggezione che va avanti da lungo tempo anche perché la magistratura, eliminando Silvio Berlusconi per un po’ di tempo dalla vita politica, ha reso oggettivamente un favore all’opposizione di sinistra. Un po’ per la paura di inchieste, un po’ per gratitudine verso i magistrati, il Partito democratico è ancora esitante per pronunciarsi a favore di una riforma che alla magistratura potrebbe dispiacere. Però, ci sono nell’ambito dei dem delle forze innovative, garantiste, che non vanno sottovalutate e che io spero abbiano complessivamente voce in capitolo nel partito. L’apertura fatta da Letta, di lasciare libertà di scelta ai suoi parlamentari, è una specie di compromesso tra questi vincoli storici che il Pd ha nei confronti della magistratura giustizialista e l’istanza di rinnovamento che preme all’interno del partito».6) MANCATO RICEVIMENTO DELLE SCHEDE ELETTORALI – REFERENDUM 12 GIUGNO. ECCO COSA SUCCEDE IN ROMANIA. INEFFICIENZA O BOICOTTAGGIO? Mail inviata in data odierna al Capo della Cancelleria consolare Bucarest: Gentilissima Dssa Gabriella Navarra,-viste le molteplici lamentele ricevute da parte dei cittadini Italiani iscritti AIRE; -vista la difficolta’ estrema con la quale sono state recapitati, da parte della posta rumena, i plichi referendari;-visto il nostro sondaggio effettuato tra gli italiani ha evidenziato una ricezione di massimo il 20% dei plichi stessi;-visto che il sistema distributivo delle schede, siano esse elettorali o referendarie, hanno gia’ dimostrato (basti pensare alle elezione dei Com.It.Es) lacune incredibili;-visto che piu’ volte, vista l’inefficenza dimostrata dalle poste nazionali, si e’ eluso in modo incredibile il diritto inalienabile di accesso al voto;-visto che ci avviciniamo alle elezioni parlamentari alle quali dobbiamo in tutti modo garantire l’accesso al voto;-visto che, nonostante tutto, potrebbero esserci soluzioni alternative.Sono a richiederLe lumi sulla reale distribuzione delle schede e della distribuzione postale che pare ancora una volta fallace e non adeguata e soprattutto quali strumenti abbiamo, ad oggi, per garantire l’accesso al voto dei nostri connazionali.Confidante nella sua cordialita’ le invio i miei migliori saluti.Gianni Calderone

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